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Luci Sul Lavoro
Accolto in parte il ricorso dei ciclofattorini di Foodora

Accolto in parte il ricorso dei ciclofattorini di Foodora

 

di Alberto Limardo

 

Il 10 gennaio scorso la Corte d'Appello di Torino ha accolto, per una parte sostanziale, il ricorso di cinque ex ciclofattorini di Foodora, ribaltando la sentenza di primo grado; come noto, il Tribunale di Torino aveva integralmente respinto, nel giugno del 2018, le istanze dei lavoratori. I cinque fattorini erano stati “allontanati” dall'azienda di food delivery (ovvero: rimossi dalla piattaforma online che assegna le consegne) e quindi di fatto licenziati, dopo che essi avevano protestato chiedendo un miglioramento del loro trattamento economico e normativo.

I ciclofattorini avevano chiesto di essere reintegrati. Il Tribunale aveva però stabilito che i fattorini non erano dipendenti di Foodora ma lavoratori autonomi; pertanto l’azienda tedesca poteva decidere in ogni momento di interrompere il rapporto di lavoro.

La Corte d’appello di Torino ha invece affermato che i fattorini che si occupano di consegne a domicilio devono essere considerati alla pari dei lavoratori subordinati della logistica e non come lavoratori autonomi pagati ad ogni consegna.

La Corte d’Appello ha respinto la richiesta di riconoscere la sussistenza del licenziamento discriminatorio, e pertanto la reintegrazione nel posto di lavoro, ma ha riconosciuto "il diritto degli appellanti a vedersi corrispondere quanto maturato in relazione all'attività lavorativa da loro effettivamente prestata in favore di Foodora sulla base della retribuzione diretta, indiretta e differita stabilita per i dipendenti del quinto livello del contratto collettivo logistica-trasporto merci dedotto quanto già percepito". In altre parole, l’azienda, che nel frattempo è stata acquisita dalla concorrente Glovo, dovrà pagare la differenza tra quanto i cinque hanno guadagnato durante il loro periodo di lavoro per la società e quanto gli sarebbe spettato se fossero stati assunti con un regolare contratto di subordinazione, comprensivo di tredicesima, ferie ed eventuali permessi per malattia.

I giudici hanno condannato la società a rifondere una parte delle spese di lite, fissate in circa 11 mila euro per il primo grado e 10.400 per il secondo.

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