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SUL DIRITTO DEL LAVORATORE DI CRITICARE L’AZIENDA

SUL DIRITTO DEL LAVORATORE DI CRITICARE L’AZIENDA

Di Alberto LIMARDO

Il diritto di critica consente anche al dipendente di riferire, in pubblico o su Facebook, fatti o valutazioni personali sull’azienda in cui lavora a condizione che tali espressioni siano manifestate senza trascendere in attacchi personali gratuiti e privi di ragione. In particolare, denigrare l’azienda su Facebook giustifica il licenziamento solo quando integra gli estremi del reato di diffamazione, mentre in tutti gli altri casi non può dar luogo a sanzioni disciplinari. Con la conseguenza che, laddove sussiste anche il diritto di critica, l’eventuale licenziamento intimato è illegittimo e il lavoratore ha diritto alla reintegrazione del posto di lavoro anche a seguito delle modifiche del Jobs Act.

Lo ha chiarito la Cassazione con la sent. n. 27323 del 31.05.2017.

Ora, quando  è consentito criticare l’azienda su Facebook  e quando, invece, non lo è ?.

Dalla citata pronuncia si evince che il dipendente non deve necessariamente mistificare la realtà pur di lodare i pregi del proprio datore di lavoro o nasconderne i difetti. Il dovere di fedeltà che lega il lavoratore al suo capo non impone al primo di mentire né di tacere le proprie  valutazioni personali. Il diritto di critica del resto è riconosciuto dalla stessa Costituzione italiana che tutela, come bene primario, la libertà di espressione. Ciò vale anche in caso di rapporto di lavoro dipendente, per il quale non è prevista alcuna deroga. In altri termini, il dipendente può parlare male dell’azienda in cui lavora: lo può fare con un amico, con un cliente, davanti un gruppo di persone o, addirittura, su Facebook.

Tuttavia le frasi non devono consistere in una gratuita denigrazione e non devono essere caratterizzate dalla precisa intenzione di ledere, con l’attribuzione di un fatto oggettivamente diffamatorio, la reputazione del proprio datore di lavoro. In tali casi, al di là se ricorrono o meno i presupposti della condanna penale, si rischia sicuramente il licenziamento.

Diversa la soluzione quando le frasi non sono denigratorie e rientrano nei cosiddetti «limiti di continenza» che il diritto di critica consente. Le espressioni che manifestano solo un «diverso modo di vedere le cose» devono ritenersi del tutto lecite, anche negli ambienti lavorativi caratterizzati da una ferrea gerarchia e rispetto.

Ma che succede se il datore di lavoro, che non apprezza il fatto che si parli male di lui, specie su Facebooklicenzia il dipendente? Qu si entra nel campo di applicazione della riforma del lavoro più recente, che ha previsto, come regola, in caso di licenziamento illegittimo, solo il diritto al risarcimento del danno e non alla reintegrazione nel posto di lavoro. La reintegrazione viene tuttora riservata ai casi in cui il fatto addebitato al dipendente sia insussistente o non possa essere considerato illecito.

Qui interviene il chiarimento della Cassazione. Quando le critiche su Facebook rivolte al datore di lavoro non sono diffamazione e, ciò nonostante, l’azienda licenzia il dipendente, quest’ultimo ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e non già solo al risarcimento del danno. Questo per via della «sostanziale non illiceità dei fatti addebitati» e oramai acclarati. In sostanza, lo sfogo su Facebook del dipendente nei confronti dell’azienda è ritenuto «di rilievo disciplinare nullo o sostanzialmente inapprezzabile».
Di conseguenza, una volta accertata la «insussistenza dell’antigiuridicità del comportamento» tenuto dal lavoratore, è automaticamente esclusa la correttezza del licenziamento adottato dalla società.

Diversa sarebbe stata la soluzione se l’apprezzamento su Facebook avesse avuto carattere denigratorio: in tal caso, anche quando il comportamento deve ritenersi non sufficientemente grave da giustificare il licenziamento, scatta solo il diritto al risarcimento del danno. E ciò perché il fatto contestato al dipendente è da ritenersi sussistente. Il  principio espresso dalla Cassazione con la sent. n. 18418/2016 è il seguente: “l’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, deve essere ricondotta all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della cosiddetta tutela reale”.

 

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