Area Riservata

Condividi
Camera
Senato
HOME

RAL (Rete Avvocati Lavoro) è un gruppo di liberi professionisti che, grazie alla specializzazione e all'interazione di oltre 20 collaboratori attivi in 4 studi legali (Roma, Ancona, Napoli e Firenze), è in grado di offrire assistenza giudiziale in diverse discipline giuridiche e in particolare nelle materie del diritto del lavoro, del diritto previdenziale e del diritto sindacale. La Rete Avvocati del Lavoro garantisce una costante interazione fra l'esercizio della professione e l'approfondimento scientifico. Oltre all'attività di assistenza e rappresentanza giudiziale, la Rete Avvocati del Lavoro offre servizi di consulenza stragiudiziale e contrattuale negli ambiti suddetti.

Luci Sul Lavoro
La Corte costituzionale si pronuncia sul cd. Jobs Act

La Corte costituzionale si pronuncia sul cd. Jobs Act

 

Di Alberto Limardo

 

1.La Corte costituzionale, nell’udienza pubblica del 25 settembre 2018, ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n. 23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (il cd. Jobs Act) nella parte, non modificata dal cd. decreto dignità, che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. In particolare, secondo la Corte, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è "contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro" sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Tutte le altre questioni sollevate relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate.

 

2.Come noto, nel 2017 il sistema di tutele apprestato nel 2015 contro i licenziamenti illegittimi era stato sottoposto al vaglio del Giudice delle leggi: infatti, il 26 luglio 2017, il Tribunale di Roma aveva dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 7, lett. c, l. n. 183/2014 e degli artt. 2, 3, e 4, d.lgs. n. 23/2015, per contrasto con gli artt. 3, 4, 76 e 117, co. 1, Cost., letti autonomamente e anche in correlazione fra loro.

La questione presso la Corte costituzionale era stata sollevata dal Tribunale del Lavoro di Roma non tanto per l'eliminazione della reintegra del lavoratore tra le tutele previste dal vecchio 'articolo 18', ma proprio per le problematiche legate al meccanismo di indennizzo. In particolare, secondo il Tribunale, il contrasto con la Costituzione non veniva ravvisato nell'eliminazione della "reintegra" -salvi i casi in cui questa è stata prevista- in favore della monetizzazione del risarcimento, "quanto in ragione della disciplina concreta dell'indennità risarcitoria, destinata a sostituire il risarcimento in forma specifica, e della sua quantificazione".

La Corte costituzionale ha dichiarato "illegittimo l'articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte che determina in modo rigido l'indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato".

Nel c.d. Jobs act (del marzo 2015) si stabiliva come calcolare le indennità in caso di licenziamento illegittimo. Recitava il testo: "Il giudice (...) condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità". In pratica, per il lavoratore licenziato in maniera ingiusta il cd. Jobs act ha previsto un risarcimento di due mesi di stipendio per ogni anno di anzianità di servizio. Il tutto, entro un limite minimo (quattro mesi di stipendio) e massimo (ventiquattro mesi). Ad esempio, se il giudice avesse riconosciuto come illegittimo un licenziamento di un assunto a tutele crescenti con tre anni di servizio, gli sarebbero andati sei mesi di stipendio.

 

3.Il recente Decreto dignità ha ritoccato il quantum minimo e massimo degli indennizzi (alzandoli nella nuova forchetta da 6 a 36 mesi), ma non il meccanismo di determinazione che è rimasto legato all'anzianità di servizio. Motivo per cui il problema originario rilevato dalla Corte non è stato risolto. Per la Consulta, si spiega, "la previsione di un'indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di

uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione".

Censurato il meccanismo legato all'anzianità, la prospettiva -in attesa di leggere la sentenza- sembra esser quella di tornare ai precedenti criteri di calcolo di indennizzo stabiliti dalle norme della L. n. 92/2012, che affidavano ai giudici la valutazione caso per caso (tenendo conto di durata del rapporto, ma anche grandezza della società e comportamenti delle parti) nell'ambito della stessa “forchetta” minima e massima. In attesa dei correttivi che si vorranno portare per via di legge, il dispositivo suona come una bocciatura di quella parte di norme che voleva dare "certezza" ai datori di lavoro sulla sanzione alla quale sarebbero andati incontro, criticata aspramente dai detrattori dl testo. Tutte le altre questioni relative ai licenziamenti sono state dichiarate invece "inammissibili o infondate" e la sentenza "sarà depositata nelle prossime settimane".

E' necessario effetuare il login al portale per poter effettuare questa operazione.